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carlomollino nasce a Torino il 6 maggio 1905, figlio dell'ingegnere Eugenio Mollino dal quale eredita il perfetto mestiere del costruire e quella poliedricità dei suoi interessi che ne determineranno lo stereotipo di genio e sregolatezza, mai abbandonato.
A Torino frequenta la Facoltà di Architettura del Politecnico - laureandosi nel 1931 -
che nel 1949 gli riconoscerà l'incarico del corso di Decorazione e successivamente
del Corso di Architettura degli interni arredamento; nel 1953 ottiene la cattedra
di Composizione architettonica che conserva fino alla morte.
In una vita professionale che riflette profondamente la sua eclettica sbalorditiva sfuggente personalità, e che risulterebbe riduttivo riconoscere sotto un'unica forma (architetto, designer, fotografo, urbanista), l'itinerario di Mollino può essere scandito cronologicamente in diverse fasi. I suoi esordi vedono le esercitazioni giovanili
culminanti nel capolavoro della società Ippica Torinese - demolita nel 1960 -
privando Torino e la cultura contemporanea archiettonica tutta, di un'architettura
che Bruno Zevi definì "atto di poesia cantata".
Durante il forzato riposo dovuto alla guerra, Mollino si occupa di arredamenti
e di modelli abitativi. Il periodo postbellico è determinato dalla realizzazione
della Stazione del Lago Nero di Sauze d'Oulx (1946-47), altri fabbricati montani
e splendide sistemazione di alloggi privati – Miller (1938), Devalle (1938-39),
Minola (1944-47), Rivetti (1949) - a Torino, e "mondi surreali e clandestinamente evocativi" come Mollino stesso li riconosce.
Dopo la morte del padre -1954 - si dedica all'attività automobilistica, interrotta
solo dal progetto per la sala da ballo Lutrario (1959), un'alternarsi di luci, riflessi
e trasparenze che si materializza in libera e ludica espressione. L'ultimo decennio
della vita di Mollino sarà tutto dedicato ai progetti torinesi del Palazzo degli Affari
(1964-72) coraggioso tentativo di trasporre la matrice di struttura sospesa
degli edifici montani nel contesto urbano, e del Teatro Regio (1965),
con cui esprime - come nota Irace - la sua poetica architettonica in una sintesi
che è quasi consapevolezza della fine imminente.
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